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Dalla Val
Chiavenna, a nord del Lago di
Como, d'inverno scendevano nelle pianure e si spandevano fino
in Liguria, i grapat, i grappaioli. Erano uomini che d'estate
stavano in montagna con gli animali e d'inverno, ricoverate le
bestie in stalla, si dovevano trovare un altro lavoro, spesso
inventandoselo. Questi grapat avevano imparato il mestiere distillando
le vinacce delle uve spremute della vicina Valtellina. Mio padre
Serafino, come altri cinque dei suoi nove fratelli, era uno loro.
Sconfinò da queste parti e aprì la distilleria
nel 1925. Morì però troppo presto, nel 1933. Così la
distilleria passò a mia madre. Anche lei non campò a
lungo, morì nel 1945 in un bombardamento. Io avevo 16
anni e dovetti prendere in mano la situazione. Fino a quel momento
avevo visto solo le
cose superficiali, piacevoli del lavoro, senza conoscerne la fatica. Iniziai pensando: tanto è una cosa provvisoria". |
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| Al mattino,
ogni mattino, davanti alla porta rigorosamente chiusa dell'ufficietto
dove la grappa viene imbottigliata e tappata a mano e dove le etichette
disegnate dallo stesso Levi sono appiccicate con un pennellino raggrumato
di colla, si forma la coda. Gente in silenzio, con l'aria assorta,
attende di poter parlare con il "grappaiol l'angelico" |
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